giovedì 25 dicembre 2025

Prima di te

Era il 2017 quando conobbi l'X-ADV. Ma...prima del 2017 ci sono stati anni, molti anni prima, che ho posseduto e utilizzato diversi ciclomotori.

il celeberrimo CIAO della Piaggio

Per un breve periodo ebbi il CIAO, il ciclomotore che imperava nelle strade cittadine. Un 50cc. che oggi non saprei aggettivare se non con dichiarando la sua funzione (che era la sua sostanza): un mezzo che ti porta dal punto A al punto B. Senza indicatori di direzione, senza parabrezza, con freni ridicoli, con una carena più sottile di una caviglia era comunque affidabile: al punto B ci arrivavi e anche con destrezza.

Era come camminare in mezzo al traffico, noncurante di ogni avversità.

Ricordo che nella mia testa rifiutavo ogni concetto di sicurezza e buon senso: non possedevo il casco ma riuscivo a tenere in testa un ridicolo ma preziosissimo cappellino con visiera. Il vero "miracolo" è stato non solo uscire incolume da tutti i sorpassi e i tragitti intrapresi nelle linee di mezzeria delle strade romane ma il fatto che tale cappellino non sia mai volato dalla mia testa!

Non riesco neppure a capire con quale sicurezza potevo effettuare un cambio di corsia o decidere di prendere una strada senza inserire la "freccia". Immagino orde di automobilisti imprecare contro il cielo per le mie, possibili e certe, manovre azzardate.

Ciao, il logo ufficiali del mondiale '90

Ricordo un'estate caldissima come quella del 1990 quando presi tale mezzo per arrivare nel luogo dove avrei dovuto prendere servizio: km e km di strada per arrivare dall'altra parte della città. Letteralmente dall'altra parte della città! Infiniti km e infinite strade, curve, buche e la terribile polvere dei cantieri utili a costruire i mondiali di calcio che l'Italia si apprestava a ospitare. Un delirio reso meno orribile dalla leggerezza del mezzo. Il CIAO era un'astuzia in mezzo al traffico!

Quando poi cambiai sede di lavoro e tuttavia seppi che avrei percorso meno km, ebbi la necessità di cambiare mezzo poiché la mia coscienza era cambiata. Ma mi "imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana" dal nome ATALA GREEN.

ATALA Green

Forse il primo ciclomotore che andava a benzina verde. Un brand che mi ispirava fiducia e prometteva affidabilità, consumi ridotti e strizzava l'occhiolino alla prima coscienza salva-pianeta.

Molte promesse mai mantenute per quello che si rivelò un polmone invaso dall'incertezza dei suoi cavalli sempre trattenuti al guinzaglio. Ricordo anche l'imbarazzo di portalo in giro. Non era lui che mi traeva ma io che lo facevo uscire a prendere aria. Ricordo che diverse volte mi abbandonò, ingolfato dalla sua stessa aria e altrettante volte si sganciò la catena. Ricordo che feci più di 8 km portando a mano quello che considerai sin da subito un vero rottame con 2 ruote. Sarò stato sfortunato? Non ho mai voluto indagare tant'è che dopo circa 30 giorni di pura follia lo riportai indietro al negozio il quale mi offri in cambio un ricatto morale: "beccate sti du spicci e damme pure la catena...e pure il casco". Cedetti senza obiezioni: mi aveva fregato 2 volte ma ero disposto a tutto pur di liberarmi di quel prototipo con una data di scadenza prossima allo zero.

che bei ricordi....

Il Metropolis, fortunata versione da 50cc della Peugeot, era già uscito da un pezzo ma il mito resisteva così io mi dirottati sempre verso lo stesso brand e scelsi il modello SV60. Una vera rivoluzione di guida. Aveva le frecce, un bel faretto, feci montare il parabrezza e la scocca mi avrebbe protetto dalle intemperie verso le quali avevo provato sempre disinteresse.

Il sellino, che gioia, era lungo, comodo e morbidoso. Le ruote erano si piccole, ma efficaci. Era agile e scattante e i cavalli erano sufficientemente performanti. Non avo timore nei sorpassi e mi sentivo comunque protetto. Potevo ospitare anche terga diverse dalle mie e l'ospite si sentiva sempre a proprio agio, mai sacrificato. Avevo fatto un salto di qualità del quale apprezzavo ogni singolarità.

Vennero anni di transizione ove non necessitarono di mezzi a 2 ruote ma solo l'esercizio della pazienza che doveva accompagnarmi durante le lunghe tratte di Metropolitana cittadina.

Quando mi si ripresentò la possibilità non potei fare a meno del Re indiscusso (non solo secondo me) delle strade romane: lo stiloso, spumeggiante e arrogante Honda SH 150! Un concentrato di rabbia e velocità, affidabilità e prontezza. Ci andai al mare, sul raccordo, in condizioni climatiche avverse persino ai motori di grande cilindrata. Lo sfruttati con la certezza di non esser mai abbandonato. E così fu....finché non me lo rubarono il 15 agosto non so di quale anno. L'immagine è questa: io con le chiavi della catena in mano che vaneggio una cantilena dal suono apocalittico "Eppure...l'avevo parcheggiato qui....eppure....l'avevo...parcheggiato...qui!". Avevo la borsa termica ove avevo riposto dei succulenti panini farciti di buono, pronti per le assolate spiagge agostane. E poi, conservo ancora l'immagine del sorriso spietato del carabiniere che accolse la mia denuncia: un sorriso beffardo che declamava i seguenti versi "Tranquillo...è il modello più rubbbbato de Roma". Volle consolarmi così.

Ne acquistai un altro, perché credevo fortemente in quel modello e non mi deluse finché crebbe in me un desiderio diverso: un mezzo più potente (33 cavalli!) che mi avrebbe consentito di percorrere lunghe distanze confortato da cavalli superiori, una carenatura più massiccia e capacità di stivaggio. La scelta, dopo tanto analizzare, cadde sull'X-MAX 400.

X-MAX 400!

Il fratellino più piccolo del T-MAX si rivelò un mezzo di qualità, ben accessoriato, esteticamente apprezzabile, capiente, confortevole e affidabile. Un poco massiccio, vero, ma ci si faceva l'abitudine. Certo, nel confronto con l'amato SH perdeva in agilità ma guadagnava in comfort e sicurezza. Ricordo che acquistati anche delle valige morbide laterali con le quali feci qualche centinaia di chilometri portandomi dietro tutto quello che non mi potevo permettere con i precedenti modelli.

Lo apprezzai davvero ma non riuscì a domare quella sensazione di "grandezza" che oramai si era fatta strada in me. Negli anni '90 avevo accarezzato l'idea di possedere una Honda Dominator ammaliato dalle copertine dei magazine che in quel tempo dominavano le edicole. Ma, come descritto, non realizzai mai quel desiderio. Non nacqui motociclista, i motori non mi hanno mai appassionato più di tanto. Ai motori ho sempre preferito altre gesta atletiche. Non ho mai giocato a chi c'ha "il terminale di scarico più grosso" e dunque sono fuori da certi discorsi tipo "Guarda che Termignoni che c'ho", "Ammira che sospensioni", "Che meraviglia di pinza dei freni!".

Ma è con l'X-MAX che ho cominciato a sentire l'odore del vento, le curve delle strade provinciali, a percepire i colori cangianti e a sognare mete più lunghe.

Ricordo, che dopo 6 mesi di utilizzo di questo mezzo, che ancora oggi ne conservo un ottimo ricordo, un mio amico intercettò il mio desiderio mai sopito e mi suggerì di provare un modello appena uscito dell'Honda. Un mezzo che danzava tra il confine del mondo degli scooter e quello delle moto.

Un ibrido sul quale era difficile usare una catalogazione netta, precisa. Una idea non proprio nuova in casa Honda, basti pensare al modello Integra ma qualcuno potrebbe spingersi ben oltre e comprendere altri modelli.

Insomma, il modello che avrei potuto sperimentare/provare era il nuovo Honda X-ADV 750. Correva l'anno 2017 e poco prima dell'estate provai questo mezzo da un concessionario un poco distante dalla sede in cui lavoravo. Appena montati in sella mi accorsi subito della postura che, si, richiamava quella di un scooter ma era più alta ed era quasi difficoltoso poggiare completamente i piedi a terra. Il peso era considerevole, lo notai subito. Come notati lo splendido manubrio che di certo non era quello della sua sorella maggiore Honda Africa Twin ma lo ricordava moltissimo.

Notai poi il display che suggeriva una natura off-road aiutata anche da quei paramani così evidenti a cui non ero abituato e dalle gomme che avevano un profilo esteticamente aggressivo e che ben si prestava a terreni promiscui, diversi da quelli cittadini.

Mi fu detto suggerito di non aprire con decisione la manopola dell'acceleratore poiché "Attento, questo parte subito. Se lo apri con decisione vai per terra!". Raccolsi il suggerimento e fui molto cauto ad uscire dal parcheggio della concessionaria ma appena impegnai la strada...beh, fui rapito. In decine di chilometri avevo realizzato e condensato tutte quelle sensazioni che avrei voluto provare in esperienze precedenti. No, ora non descriverò tutte quelle sensazioni e quelle naturalmente successive.

Piuttosto, è stata una occasione per ricordare, apprezzare, tutte quelle esperienze che mi hanno portato a possedere questo mezzo che ancora oggi mi dona belle vibrazioni. Perché ancora oggi, sebbene debba partire da un punto A e arrivare a un punto B, lo faccio con pienezza e gioia, grazie anche alle emozioni maturate su quel Piaggio, Atala, Peugeot, Honda e Yamaha che anno preceduto l'attuale avventura con la mia rossa.

Anche quest'articolo/post è un ibrido: un poco amarcord e un poco elogio...

A tutti i nostalgici e a tutti coloro che sognano: auguri di buone feste.

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